23 Leoni e il marinaio magico (Storia del IV titolo Mondiale dell'Italia di Lippi)

23 Leoni e il marinaio magico (Storia del IV titolo Mondiale dell'Italia di Lippi)
C'è un paese dove vivono 23 Leoni e un Marinaio Magico, i Leoni si sa sono animali anarchici che vivono per sé stessi e che per mangiare attendono nel mezzo della foresta che le leonesse gli portino di che cibarsi. Il Marinaio Magico invece, vive in bilico sui bordi di una barca a fumare la sua pipa e tante volte ha visto il mare ingrossarsi, le onde sbattere furiose sugli scogli e poi le tempeste, gli ineffabili scherzi che la natura crea per distruggere. Il Marinaio di Viareggio all'inizio del cammino è teso, nervoso e qualche volta rimbrotta i giornalisti che vogliono capire che vogliono sapere che fantasticano su quali siano i disegni tattici dell'uomo del mare.
 
La strada dopo un inizio smagliante col Ghana, con il Brasile d'Africa, dopo la battaglia senza quartiere contro gli Stati Uniti e dopo il successo sofferto con i Cechi del biondo di Cheb, in arte Pavel Nedved, diviene sempre più dura : iniziano gli scontri diretti e molti in Italia si chiedono se poi i Nostri Leoni non faranno la figura di agnellini spauriti. Ci sono degli animali anomali e sconosciuti nel pianeta del calcio mondiale per i vecchi sovrani d'Europa, ci sono i canguri australiani che corrono e saltano da campo in campo, una specie mai incontrata prima, con una miriade di maglie gialle e verdi sugli spalti, con una fiumana di socceros felici anche solo di esistere.
 
I socceros però hanno una guida sicura, una vecchia volpe, il generale Guus Hiddink che nel fare gli sgambetti ai Leoni è un maestro indiscusso, ( vi ricordate l'ultima disfatta coreana?), ma c'è anche un bimbo di nome Francesco e di cognome Totti, il quale si ricorda che forse l'infortunio ai legamenti crociati di 120 giorni or sono non è sufficiente a fermare la sua voglia di mettere una firma unica, pur tuttavia importante, in questa kermesse: prende la palla in mano, dopo la fuga per la vittoria di Grosso sulla sinistra che frutta un rigore generoso e benedetto dagli dei del pallone, e dal dischetto fulmina il portiere canguro, Schwarzer, ma “er Pupo” di Roma non avendo potuto sfoderare il cucchiaio per le precarie condizioni fisiche rispolvera il ciuccio: destino!
 
Ora ci sono gli ucraini, una squadra che ha raggiunto la chimera dei quarti ma che guidati da quel “fuggitivo” di Sheva potrebbero tirare un brutto scherzetto. Ma c'è anche l'unico maratoneta professionista dell'intero mondiale, un certo Zambrotta, che gioca a sinistra a destra, in difesa e in attacco e giocherebbe pure in porta se il Marinaio volesse. Zambro al minuto sesto del primo tempo decide di fare una cosa che raramente gli hanno visto fare sui campi di calcio: segnare, e pure un gol bello e devastante dopo uno scambio prezioso di Totti e un tiro all'angolo da una ventina di metri. Ma gli ucraini non perdono la bussola e provano a iniziare la ripresa nel segno di uno sperato pareggio, cosa che potrebbe sembrare facile se al centro della difesa non ci fosse il capitano azzurro, tale Fabio Cannavaro , che dopo questi mondiali tutti chiameranno the wall e se in porta non ci fosse quella saracinesca di Buffon che para tutto quello che è umanamente possibile e forse qualcosa di più.
 
Fatto sta che dopo due pali ucraini e un salvataggio da leggenda della ditta Buffon-Zambrotta, un ragazzone alto quasi due metri di nome Toni con gli occhioni azzurri come la nostra maglia e con lo starno tic di fare roteare la mano come se avesse un qualcosa vicino l'orecchio, torna ad essere colpito da quel suo disturbo, e rotea due volte di fila la stessa mano, prima di testa su assist di Totti e la seconda volta, dopo un assalto alla diligenza del maratoneta Zambrotta sulla sinistra, col piede in allungo: facile facile tre a zero e tutti sotto la doccia.
 
In semifinale c'è una delle sfide che ha segnato il cuore di tutti gli amanti del calcio da un quarantennio a questa parte: Italia-Germania o forse sarebbe meglio dire Germania-Italia dato che loro sono in casa. Ora nella Germania moderna, in quella storica post muro per intenderci, hanno davvero visto ogni cosa e saggiato ogni incenso. Ma per quel che riguarda i Leoni, i tedeschi hanno sempre creduto che bastassero dei dobermann bene addestrati per farne di loro un solo boccone.
 
La vera forza sta nell'organizzazione, si dicevano, nella gerarchia delle posizioni, nel timore che si incute sugli altri con il loro ordine maniacale, con la teoria dell'impressionabilità di certi simboli che hanno tutto l'ardore di spaventare chi li guarda ed osserva. E così la stampa di tutta la Westfalia, specie quella di basso conio ha dimostrato come i germanici si siano sempre presi troppo sul serio e come riescano a risultare patetici anche quando fanno solamente della satira, forse dovrebbero farsi un giro nel centro di Londra per comprendere come si possa fare dello spirito molto più pungente e proficuo senza sfociare nell'idiozia delle ingiurie e dei razzismi gratuiti.
 
 
Tuttavia i nostri Leoni azzurri non guardano i simboli e quando sono affamati poiché le critiche ne risvegliano l'indomito spirito, si ricordano anche di essere loro i veri re della foresta, che poi la foresta sia quella vera dell'Africa o quella Nera tedesca poco importa. La partita la fanno gli azzurri per tutti i novanta minuti ma uno strepitoso Lehmann e una certa inefficacia dei nostri nelle conclusioni ravvicinate portano il match alla deriva dei supplementari. A questo punto il Marinaio Magico, Marcello Lippi, decide che la storia passata deve pur insegnare qualcosa e inserisce nella mischia tre stelle per buona parte tenute in panchina. Il tecnico degli azzurri mostra un coraggio eccezionale e proprio quando il match diventa più duro, egli opera delle sostituzioni alla “brasiliana” non certo alla Trappatoni per intenderci, quindi butta nella mischia tre punte Gilardino, Iaquinta e Del Piero, ridisegnando totalmente il reparto offensivo, e così l'Italia, la patria del difensivismo si ritrova a giocare l'ultima mezz'ora di una semifinale mondiale con tre punte e un trequartista.
 
E qui sta la vittoria di Lippi che ha compreso quanto le squadre fossero oramai spezzate in due tronconi ossia difesa e attacco, dove il solito collage garantito dal centrocampo non esisteva più. E se Gilardino un pò Rossi e un pò Baggio, dopo un'azione tra classe e potenza , stampava la palla sul palo con il portierone tedesco oramai seduto e se un minuto più tardi, su un angolo di Pirlo, Zambrotta con una bordata di sinistro dal limite colpiva la traversa, nessuno si sarebbe mai immaginato di dire che Lippi fosse un allenatore fortunato, semmai il contrario. Quando nella mente di tutti, specie degli italiani si iniziava a prefigurare lo spettro sinistro dei calci di rigore , una delle scommesse più "azzardate" del tecnico viareggino, tale Fabio Grosso (difensore di fascia), imbeccato alla perfezione dal goniometro di Pirlo, scagliava un tiro a giro perfetto e letale degno delle migliori punte, in quel preciso momento l'Italia tutta è scoppiata di gioia, invasa dalla felicità insieme alla faccia incredula di Grosso che non si capacitava nemmeno lui dell'impresa appena compiuta.
 
Il Marinaio Magico, tuttavia, cercava di non trasmettere eccessiva gioia conscio che sebbene vicino all'appuntamento con la storia, la storia non va mai sottovalutata fino all'ultimo. La Germania colpita al cuore si butta in avanti con le turbine della disperazione, i tifosi italiani tremano di fronte ai due minuti più recupero che dato le circostanze ambientali e le pressioni esterne sarebbero stati almeno cinque. Così i dobermann tedeschi inferociti attacano con le residue forze, ma di fronte alle loro velleità si trovano davanti il capitano azzurro Cannavaro che non solo smorza un'azione pericolosissima, ma con coraggio e tempismo perfetto rilancia Gilardino in una ripartenza che è un inno al contropiede: il Gila per nulla ingolosito dall'idea di avere la gloria tutta per sé, vede non si sa con quale occhio Del Piero giungere alle sue spalle e lo serve, Pinturicchio con un cucchiaio di classe e precisione decide che questo è e deve essere anche il suo mondiale e firma un gol strepitoso. Italia in finale con pieno merito e soprattutto con tanto coraggio.
 
La critica tedesca non si dà pace per questa ennesima sconfitta contro i Leoni e per giunta in casa propria, arrivando persino al delirio di porre questo inquietante quesito: avrebbero vinto lo stesso senza la squalifica di Frings?  Vorrei spendere due parole su quel fenomeno di Maradona-Frings (mi perdoni Dieghito), squalificato giustamente per la partita con gli azzurri a causa di un pugno sferrato a un argentino durante il post Germania-Argentina dei quarti. Il fenomeno tedesco, come ricorderete nella succesiva finale per il terzo posto col Portogallo, ha dato tutto il meglio del suo repertorio: un fallaccio da espulsione punito solamente con il giallo, una dozzina di passaggi sbagliati in mezzo al campo e un tiro inguardabile che si è spento nella vetrina della tribuna d'onore ( che classe!), verrebbe da dire che con tale campione in campo avrebbero sicuramente vinto loro....!
 
Ora c'è la finalissima con la Francia nello splendore di Berlino, una delle città più affascinanti e colme di storia dell'Europa intera. Calcisticamente parlando per l'Italia Berlino rappresenta uno dei ricordi migliori. La nazionale guidata da Pozzo, già campione del Mondo nel '34, diviene per la prima e unica volta campione di un torneo Olimpico, battendo in finale l'Austria per due a uno ai tempi supplementari, finale giocata appunto a Berlino nel '36.
 
Corsi e ricorsi storici, ma si sa che i galletti francesi sono alquanto indigesti per i Leoni azzurri: negli ultimi tre precedenti solo grandi delusioni per i tifosi del Bel Paese. Bisognerà in qualche modo invertire la rotta e così il Marinaio Lippi, con il sigaro in bocca, decide di avere un approccio alla partitissima da assatanato della vittoria.
 
I giornalisti gli dicono che comunque vada l'Italia ha compiuto un'impresa, essere arrivati in finale dopo tutte le tragedie sportive e non: “calciopoli”, “moggiopoli” , le indagini sulla Gea in cui lavorava il figlio, l'accusa di calcio scommesse al portierone Buffon, il gesto estremo del "professor" Pessotto, ma Mastro Lippi si infuria e quando gli dicono che è stata comunque una spettacolare cavalcata, sbatte i pugni sul tavolo e dice a tutti che perdere una finale in fondo è solamente essere i primi degli sconfitti e non i vice campioni del mondo.
 
Ha perfettamente ragione e i Leoni azzurri sanno quanto sottile sia il confine tra la delusione e l'Impresa. La partita a dire il vero inizia come peggio non potrebbe, al quarto minuto viene ammonito Zambrotta per un fallo veniale su Vierà, al 6' Materazzi uno dei pupilli di Lippi, fa un'entrata scomposta su Maloudà, il difensore dell'Inter tocca appena il centrocampista transalpino, l'arbitro punisce più l'ineleganza che l'effettivo danno procurato. Rigore. Sulla palla arriva Zidane, il calciatore che ha fatto del calcio francese un arte per palati fini: Zizou, fa un cucchiaio perfetto che sbatte sulla traversa, ma fatalmente nel rimbalzo oltrepassa la linea, gol.
 
L'Italia colpita e freddata dalla classe del capitano dei Bleus, arranca ma non si scompone, riparte con rabbia a cercare il pareggio. Passano appena 14 minuti e da un angolo del solito Pirlo, Materazzi si ricorda di essere Matrix, incornata spaventosa a sovrastare quel lungagnone di Vierà e palla nel sacco. E da qui l'Italia torna la solita squadra tutto cuore e passione, con un possesso palla sontuoso e con azioni che danno sempre l'impressione di essere pericolose. Da un altro angolo molto simile in tutto a quello del gol nasce una grande occasione per gli azzurri ma questa volta l'incornata dell'ariete Toni si stampa sulla traversa a portiere battuto.
 
Nel secondo tempo invece, la Francia gioca meglio e specie con il duo delle meraviglie Zidane-Herny mette in seria difficoltà la difesa italiana guidata sempre alla perfezione da Cannavaro, una sola volta a capitano battuto ci pensa Buffon a inibire un tentativo di percussione centrale di Henry. E così si va all'extra time. I tempi supplementari sono molto difficili per gli uomini di Lippi, la squadra italiana soffre i francesi che godono di miglior freschezza atletica, l'Italia paga lo scotto degli interminabili supplementari con la Germania e va un po' in apnea.
 
Il Marinaio viareggino tenta ancora una volta la cabala, toglie un Totti impresentabile e getta nella mischia il redivivo De Rossi , che dopo la lunga e giusta squalifica patita contro gli States, torna a disposizione del mister, e poi riprova ancora il doppio cambio con le due punte che subentrano Del Piero e Iaquinta. L'Italia non ha più benzina in corpo ma anche i francesi iniziano a boccheggiare, non prima però di una splendida azione conclusa alla perfezione da Zidane con un colpo di testa magistrale e sventata con una mano, grazie a un miracoloso colpo di reni, da Buffon.
 
La partitissima di calcio giocato finisce qui e la carriera di un superlativo Zidane pure, perché quello che accade al minuto 110 è un gesto talmente subdolo e meschino da non meritare nemmeno uno stringato commento. La Fifa si metta pure ad indagare, ma la reazione del francese non può e non deve essere giustificata in alcun modo quale che sia stato il tipo di insulto usato da Materazzi. Trovo davvero scandaloso oltre il gesto in sé, ma ancor più dopo un mondiale all'insegna del fair play, che il premio come Pallone d'oro del mondiale sia stato assegnato a un giocatore che al tramonto della sua carriera si sia fregiato di un gesto così censurabile e indegno.
 
Si fa presto a dire che si deve moralizzare il calcio quando poi questi "crimini" sportivi non vanno a incidere indelebilmente sul giudizio di un atleta e sulla sua carriera in generale. Dopo l'espulsione di Zidane la partita si è spinta stancamente ai rigori, e tutti gli italiani col fiato sospeso hanno potuto constatare che al Marinaio Magico di Viareggio è riuscita l'ultima, immensa magia : quella di trasformare i nostri giocatori in dei cecchini infallibili dal dischetto, e quella di tramutare le ingiurie premondiale dei falsi moralisti in applausi scroscianti e inni alla gioia.
 
 
Ricordiamo che molti degli addetti ai lavori e moltissimi tra i tifosi che adesso festeggiano volevano la decapitazione di Mastro Marcello e quella di tutti i giocatori della Juve (a Cannavaro dovevano togliere la fascia da capitano, Buffon non lo volevano nemmeno fare venire in Germania per il calcio scommesse, Camoranesi non era degno di vestire d'azzurro perché non cantava l'inno, Del Piero dopo l'Europeo del 2000 non meritava nemmeno di fare panchina e Zambrotta nei giorni prima della partenza da Coverciano era stato subissato di fischi).
 
Ecco perché dobbiamo ringraziarLi immensamente TUTTI , almeno quattro volte, poiché per la Quarta volta l'Italia è CAMPIONE DEL MONDO, e perché questa di Berlino 2006 è una vittoria epica, contro tutto e tutti, un immenso grazie, dunque, al Marinaio Magico e ai suoi Ventitré Leoni vestiti d'azzurro.